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antonellapomara@libero.it

Via Malaspina, 189

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Forme della memoria

“…Antonella Pomara non è convinta che la strada sia giusta per raccontare la sua versione di mondo, ma le sue figure storte, a volte grottesche non pretendono una verità, non posseggono molte certezze. La materia scultorea è trattata con molta attenzione, cura e conoscenza delle tecniche di fusione. Il bronzo è tradizionalmente una delle materie nobili della scultura; ed è proprio questa prova d’umiltà, questa scelta ulteriore per rappresentare le suggestioni, le riflessioni sui personaggi minimi che occupano il terreno della narrazione di Antonella Pomara.
Sono sbilenche quanto basta per essere malinconiche: sono come quel circo senza fondi, dove il direttore è anche domatore, dove la moglie del clown fa la contorsionista. Un circo inquietante di uomini magri, donne sfatte dal parto, ombre di cavalli, immagini votive, manichini in una vetrina bombardata. Una serie di volumi dove vige la regola dell’appunto per non dimenticare, della conversazione del ricordo come patrimonio di piccole dimensioni. Una scultura accidentata, come le strade dei balcani, di Gerusalemme, delle periferie di Palermo.”

“Figure distorte e volti scavati dalla sofferenza, immobilizzati per sempre in una maschera di eterno dolore… Le opere, legate ad un linguaggio figurativo che alterna gli stilemi della ricerca classica ad una forma plastica più stilizzata, dove a volte la linea risulta aspra e spezzata, hanno per soggetto esclusivamente la figura umana.
Il bronzo, materiale della più antica tradizione scultorea, fuso a cera persa, si rapprende per delineare contorsionisti e nudi, indagando misteri atavici come quello della nascita o metamorfosi, sempre sottolineando un sentimento di inadeguatezza nei confronti di una realtà circostante, che appare un nemico contro cui lottare con tutte le proprie forze.”
Da “La Repubblica – Palermo 29 dicembre 2000

“… Chi è l’artista oggi? Questa domanda provoca una serie di analisi dipendenti dallo stato emotivo, dalla condizione sociale, dall’educazione religiosa, da come ci hanno insegnato ad osservare le immagini, da come leggiamo i libri, ma soprattutto da come concepiamo l’impegno nella ricerca di nuovi linguaggi e l’approfondimento di quelli conosciuti.
L’artista spesso, quando è sincero, fatica come un matto che trascina a forza di braccia un camion: conquistare un angolo di pace, in mezzo al rumore, al sadismo della comunicazione obbligatoria, non è cosa da poco, può richiedere un certo addestramento.
Trovare una motivazione per rendere pubbliche delle immagini che si sviluppano nell’intimità della mente è sempre stato motivo di lacerazioni per i sensibili…”

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